Intervento critico a cura del Prof. Andrea Ladina

MOSTRA ANTOLOGICA DEDICATA ALL’ARTISTA CILENO

MARIO TAPIA RADIC

“DIALOGHI”

TRE ITINERARI, TRE DIALOGHI, NEL LAVORO ARTISTICO DI MARIO TAPIA: COL MONDO DELLE ANDE, CON L’INCONTRO DI CIVILTA’ E DI CULTURE DELLA MESO-AMERICA E, AL PRIMO POSTO……. CON LA SCOPERTA DEL PARADISO NELLA MAESTOSITA’ DELLA FORESTA AMAZZONICA.

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San Giuliano milanese rende omaggio con questa mostra antologica ad un’artista che molto ha amato questa comunità per avervi vissuto con la famiglia per oltre 40 anni e dove ha prodotto una mole imponente di opere artistiche, di grande livello stilistico, uniche nel loro genere tra dipinti, ceramiche, sculture . Molti di questi esemplari sono presenti in collezioni private e pubbliche in Italia, Germania, Svizzera, Francia, Olanda, Spagna, Gran Bretagna.

Mario Tapia è stato un artista che nelle sue opere ha precorso i tempi, ha visto molto lontano. E’ stato tra i primi che per sensibilità ed intelligenza ha saputo esaltare con i colori e con una geniale manualità la bellezza del creato, la sinfonia della natura e, nello stesso tempo, ha intravisto, lui uno tra i primi, la parabola tragica del declino della civiltà quando essa si rende incapace di rispettare le diversità, le culture, l’universo altrui e l’ambiente in cui viviamo.

Non sappiamo quali opere Mario abbia presentato a 11 anni, quasi un bambino prodigio, nella sua prima mostra personale in Cile nella città dove ha trascorso i primi decenni di vita, Antofagasta, ma sappiamo cosa ha saputo creare in oltre sessant’anni di attività artistica. Tutto nei suoi dipinti, nelle sue ceramiche, nelle sue sculture trabocca di amore per la vita. Non capiremmo nulla di Mario Tapia se non partissimo da questo suo profondo, innato amore per la vita. Un uomo riservato e schivo ma con un cuore grande ed una grande spiritualità. Ha esordito come ceramista ma ben presto si è orientato verso la pittura sviluppando un’energia sorprendente poiché il dipinto che usciva dalle sue mani non era preceduto da alcun disegno ma solo e sempre dal colore. Nell’immaginazione della sua mente l’opera si materializzava e veniva realizzata attraverso il colore.

Possiamo delineare tre dialoghi, tre itinerari di ricerca che Mario ha seguito nel suo lavoro di artista nel periodo in cui viveva in Cile e dopo, dal 1970 in poi quando si è stabilito con la famiglia in Italia. Il primo di questi itinerari è stata la scoperta della natura e, potremmo meglio dire, la scoperta del Paradiso; il secondo,  la vitalità e la poesia del mondo campesino delle Ande e dell’America latina e,  il terzo itinerario, l’arte vissuta come condivisione della profonda sete di giustizia di popoli sottomessi e “conquistati” e, ciononostante, portatori di dignità e di molteplici saperi . Dalla pittura di Mario Tapia il recupero della saggezza dei nativi americani che la protervia venuta da oltre Oceano, dalla civile Europa del Cinquecento, ha cercato di distruggere e di marginalizzare.

 

Veniamo al primo itinerario che in questa mostra è descritto in modo esemplare nella seconda sala con il dipinto dal titolo “La foresta rosa”, un manifesto vero e proprio a favore della foresta amazzonica, meraviglia della natura, una delle opere più significative che esaltano il trionfo della foresta tropicale ed equatoriale. Un habitat naturale straordinario per il pianeta, un tema prediletto da Mario con i suoi alberi, i frutti, le erbe medicinali, i fiori, i giaguari, il becco dei tucani, le scimmie, le liane, i serpenti, i pappagalli, un trionfo di giallo, di arancione, di rosso, di violetto, di Terra d’ombra e Terra di Siena naturale e bruciata. L’esplosione della bellezza della natura. E, in questa foresta, seminascosti, quasi in ombra  si intravedono i volti degli indios la cui esistenza dipende interamente dalla sopravvivenza della foresta.

Poniamoci per qualche istante di fronte a questa straordinaria opera. Guardiamola nei particolari. Ciò che subito ci attrae è l’eleganza delle forme e lo splendore dei colori di tutti i viventi, vegetali ed animali. Una foresta che è un Paradiso e che, se l’occhio osserva attentamente ci riserva delle sorprese. Se guardiamo più attentamente scorgiamo, delle piccole figure , ci appaiono all’improvviso degli indios. In un primo momento non si notano. Mario Tapia non fa niente per caso. Questo dipinto rimanda ad un concetto molto alto e di grande valore spirituale: più piccolo è l’uomo e più grande, più maestosa è la natura. Là invece dove l’uomo è più tronfio e si sente il padrone del mondo più piccola e devastata è la natura.“Foresta in fiamme”, un’ opera presente in questa mostra è l’opposto di questa foresta in rosa. La tracotanza dell’uomo che si considera padrone incontrastato della natura, saccheggiandola, produce solo disperazione e dissoluzione della vita. Per Tapia, una foresta rigogliosa, tutelata e rispettata è invece  il simbolo del Paradiso.

E’ suggestivo conoscere l’etimologia della parola “Paradiso”, un vocabolo antichissimo di origine persiana che ha più di tremila anni, “paradeisa”, un vocabolo sopravvissuto fino a noi grazie alla magnificenza della sua semantica perché in origine significava “giardino, giardino recintato”. Recintato non per definire una proprietà o una separazione ma così denominato nell’antichità perché  difendeva le coltivazioni e la frescura delle oasi dal vagare precipitoso degli animali. Tutti vorremmo  essere in un Paradiso e questa profonda aspirazione umana e questa ricerca del Paradiso è stata una costante nell’opera artistica di Tapia.

Mario ha esaltato nei suoi dipinti la foresta, ha esaltato i boschi, anche il bosco cileno, che sono i polmoni di ossigeno del mondo, da tutelare perché da essi dipende la vita di ogni vivente e perché la distruzione della foresta finisce per creare deserto, uomini in fuga, migrazioni, cambiamenti climatici, guerre. Già agli inizi del 2000 veniva calcolato che il pianeta perde ogni anno una estensione di foreste pari alla superficie di un territorio come la Svizzera. La pittura di Tapia a difesa della bellezza, del paradiso, del creato, contro la distruzione degli habitat naturali.

Tapia aveva conosciuto in Cile Pablo Neruda il grande poeta Nobel per la letteratura che, nella sua casa di Santiago conservava dipinti, sculture di Mario, ceramiche, colombe bianche della pace.  E per uno scambio di sensibilità tra artisti è probabile che ciò che Neruda aveva espresso con la poesia sia stato tradotto da Mario nei suoi dipinti.

Penso al poema di Neruda intitolato “Il bosco cileno” e come queste parole noi oggi le possiamo riascoltare non solo con l’udito ma anche con gli occhi trovandole disegnate e colorate nei dipinti di Mario: “Sotto i vulcani— scriveva Neruda— , accanto ai ghiacciai, fra i grandi laghi, il fragrante, il silenzioso, lo scarmigliato bosco cileno. Affondo i piedi nel fogliame morto, un ramo che si spezza ha crepitato, i giganteschi ralli innalzano la loro increspata statura, un uccello della selva sfreccia, batte le ali; ..un burrone, sul fondo l’acqua trasparente scorre sul granito e sul diaspro;..una farfalla pura come un limone vola, danzando fra l’acqua e la luce;…l’universo vegetale sussurra appena, finché un uragano non mette in azione tutta la musica terrestre. Chi non conosce il bosco cileno, non conosce questo pianeta; da quelle terre, da quel fango, da quel silenzio, io sono uscito per andare a cantare per il mondo”. (Pablo Neruda, Confesso che ho vissuto,  ed. italiana, Sugarco, Milano, 1974).

Usciti inebriati dal grandioso bosco cileno entrambi se ne sono andati per il mondo. Pablo a cantare con la sua poesia immortale. Mario a dipingere con una creatività che gli faceva sentire di avere la potenza del colore dentro. Entrambi ad  esaltare la bellezza della foresta, per farci capire cosa significa conservare dentro di sé l’impronta deI Paradiso.

 

Il secondo itinerario che possiamo seguire in questa mostra è rappresentato dalle opere che esaltano la vita e le fatiche quotidiane nei villaggi sulle Ande in Cile, Bolivia, Perù, Equador. Qui la narrazione di Mario Tapia si focalizza su uomini che hanno fatto i conti con la dura esistenza vissuta sulla grande Cordigliera e che, ciononostante, esprimono vitalità e fiducia nella vita. Sono dipinti che trattano  le fatiche nel lavoro dei campi o sulla montagna, momenti di festa campesina, l’eccitazione delle osterie con i loro poveri divertimenti come l’assistere ad una lotta tra galli. Siamo catapultati dentro folle variopinte in un mercato o dentro processioni notturne con la statua della Vergine, sotto il chiarore di una luna materna che illumina i musicanti. Su tutto il mondo andino di Tapia incombe la luna ed il sole, sulle povere case come sul misterioso Machu Picchu o sul silenzioso Tempio della luna.

C’è un quadro molto significativo denominato “Campesinos” che ci fa assistere ad una sfilata di umili lavoratori della terra nei loro costumi e con i loro poveri oggetti e dove, fa da contrappunto, un tenero  e materno dialogo tra un giovane agnello portato in braccio da un ragazzo e la madre pecora che lo segue da vicino  e che sembra che parli alla sua creatura. Poesia pura. E sullo sfondo del dipinto ci imbattiamo in un caldo color rosso che ci rimanda alla pittura parietale della Pompei antica.

Condivido la sottolineatura sull’assonanza  tra il mondo del villaggio di Tapia e quello popolare rappresentato nel cinquecento da Pieter Bruegel. Un’assonanza  suggerita da Serena Dal Borgo, una attenta studiosa di arte contemporanea e conoscitrice del lavoro di Mario.  Scrive la Dal Borgo che  “i quadri di Mario come quelli di Bruegel narrano la vita nella sua molteplicità di cose, belle e brutte. E se Bruegel ci dice la gioia dei pattinatori fiamminghi, ci descrive la danza dei contadini o la felicità dei bambini che giocano, o i lavori del villaggio, consapevoli però che anche se cambiano i vestiti, i lineamenti dei visi, i tetti delle case, non cambia la poesia”.

 

Il terzo itinerario di questa mostra lo potremmo definire come “Il cammino dell’uomo e dell’umanità” perché ci illumina sulla visione del mondo di Tapia. Diverse sono le opere presenti in questa mostra che dipingono l’incontro tra gli uomini, tra i popoli, tra le civiltà, tra le culture. Spagnoli e nativi americani dopo l’arrivo di Cristoforo Colombo (qui presente col dipinto l’Incontro dei due mondi) o i  coloni europei a confronto con i nativi, gli indiani delle praterie (nel dipinto America del Nord).

Per Mario Tapia l’umanità si può salvare solo nella condivisione delle risorse naturali e nella solidarietà tra esseri umani e tra i popoli, altrimenti c’è solo distruzione e sopraffazione.  

Sia che si tratti della conquista spagnola del centro e sud America sia che si rifletta sull’epopea dei coloni europei nel Far West, nelle praterie e sulle montagne dell’America del nord, in entrambi i casi questi confronti tra culture si sono risolti in una catastrofe per le popolazioni indigene ed in una spoliazione della loro dignità da parte degli europei. 

Mario ci ha messo di fronte alla tragedia del genocidio dei nativi americani, dagli algonchini e i pellerossa al nord fino agli Aztechi, Maya, Inca al centro sud. Circa 100 milioni di nativi americani perirono, nell’arco di tempo che va dall’arrivo dei bianchi alla fine del XV secolo e la fine del XIX secolo come conseguenza di guerre, perdita dei loro habitat naturali, malattie e anche per il deliberato sterminio di esseri inermi.

Visitare questa mostra di Mario Tapia è come sfogliare e studiare decine e decine di libri di geografia, di storia, di scienze, di letteratura, di filosofia politica, di arte.

Mario Tapia ha dipinto la tragedia dello scontro di civiltà ma nei suoi quadri non c’è rassegnazione  né smarrimento come se fossimo di fronte ad  una sconfitta definitiva. Tutto nella sua arte trasuda speranza. La saggezza di quest’uomo sta nell’indicarci, proprio come avrebbe fatto Socrate nella Grecia antica,come lo conosciamo dai Dialoghi di Platone,  la strada della condivisione, della solidarietà, del rispetto verso ogni vivente, della non violenza, dell’amore per la natura come antidoto alla barbarie.

Questa  mostra di San Giuliano Milanese presso lo Spazio Cultura che il Sindaco  Marco Segala ha sostenuto in modo convinto vuol essere un giusto riconoscimento per il lungo  lavoro di docenza che l’artista ha svolto presso le scuole di San Giuliano e San Donato. Mario ha lasciato il segno profondo della sua arte nell’animo di centinaia di bambini, di ragazzi e di adulti e a lui piaceva raccontare i suoi dipinti e suscitare domande, aprire dialoghi con i suoi visitatori.

Abbiamo invitato, in questa occasione, il Console del Cile a Milano Pedro Goncalez per far conoscere la città di San Giuliano e la città metropolitana di Milano ai cileni e tutto ciò è anche un auspicio per far conoscere il Cile e l’America latina, le sue bellezze, naturali e artistiche, la sua industriosità e la sua creatività agli europei.

A completamento di questi itinerari e di questi dialoghi merita una visita anche alla sala Previato presso la biblioteca comunale dove è esposto un grandioso dipinto di Mario Tapia dedicato alla conquista delle Americhe dove sono raffigurati centinaia di personaggi, tra indios e conquistadores spagnoli, intrecciati in un incontro /scontro fatale a dimostrazione di un dialogo storico spezzato e non ancora del tutto rimarginato.

Personalmente ho conosciuto Mario Tapia circa 30 anni fa alle prese con un grande affresco dal titolo “La creazione del mondo” in un Comune della provincia di Cremona, Vaiano cremasco.

Dipingeva dall’alba al tramonto, aiutato in quell’occasione dalla figlia ed allieva Francisca che ricordo allora non ancora ventenne, diligente e puntuale e che dobbiamo ringraziare insieme al all’altro figlio di Tapia,  Andres per la passione che mettono nel ricordare loro padre e nel far conoscere la sua arte.

E altrettanta, grande passione, l’abbiamo vista nell’allestimento di questa mostra da parte della moglie Kitty, una donna solare, infaticabile, sempre disponibile, una musa ispiratrice nella vita di Mario Tapia.

Mario e Kitty in un grande legame d’amore, perché oltre le cose materiali ed anche oltre la vita fisica l’amore spirituale dura per sempre. 

E come eredità di Mario Tapia ci sono anche innumerevoli allievi che in ogni mostra si stringono idealmente al maestro, e tanti credo siano presenti questo pomeriggio  come è motivo di soddisfazione la presenza di un pubblico che crede ancora che la cultura e l’arte ringiovaniscono  e rafforzano i legami umani.

                                                                                                                    

ANDREA LADINA

andrealadina@virgilio.it

San Giuliano milanese, 4 maggio 2019